Emanuele Bernabei, da informatico a torrefattore

Aggiornato il: apr 25


Oggi racconterò brevemente la mia storia. Normalmente non parlo di me, e nel blog non troverete spesso articoli personali.


Spero che raccontare come mi sia trasformato da tecnico-informatico a torrefattore possa essere di ispirazione a chi si trova a far fronte a scelte importanti.


Tecnico e analista di processi informatici


Questa era la mia qualifica, quella che scriviamo sul curriculum: “Tecnico ed analista di processi informatici”. Ho iniziato come programmatore e con gli anni mi sono avvicinato all'analisi di processi. Ho lavorato nell'ambito informatico per 8 anni e gli ultimi 5 li ho passati in Brasile, lavorando in un progetto per un’azienda di telecomunicazioni italiana. Pensavo di aver trovato il mio campo, me la cavavo, e mi piaceva.

Con il tempo però nacquero dubbi ed incertezze. Era davvero il mio posto? Capii che lavorare tutti i giorni dietro ad una scrivania e computer non faceva per me. Non mi sentivo realizzato e soddisfatto.

Maturata quindi l’idea di ricercare nuove motivazioni, ho iniziato ad osservare il mondo food, che mi aveva sempre incuriosito. (chi non ha mai sognato di diventare masterchef?) Scherzi a parte, iniziai con un percorso di studi per diventare pizzaiolo. L’arte della panificazione è incredibile ed affascinante anche se per il momento si è trasformata solamente in una passione.


L’incontro con il caffè


Continuai a ricercare alternative nel web, fino a quando trovai dei corsi di degustazione di caffè a San Paolo, organizzati dal Coffee Lab, caffetteria e torrefazione di Isabella Raposeiras. Vivevo nella terra del caffè, perché non provare?



Qualche pic del Coffee Lab


(Piccola parentesi, considerate che fino a quel momento io ero il classico italiano che si trova all’estero. Ad ogni caffè in qualsiasi bar provavo a spiegare agli stessi baristi come preparare l’espresso, come degustarlo. La crema non c’è, lo fai troppo lungo, troppo ristretto… Essendo italiano mi sentivo in dovere di farlo… Solo qualche anno dopo capii quanto mi sbagliai)


Confermammo dunque il corso di degustazione, andammo io e la mia fidanzata (oggi moglie). Ci diedero il benvenuto con un caffè ben caldo che ci servirono da un thermos. Già la cosa mi sembrò strana, non prepararono il caffè con la macchina espresso al momento. Mi servirono un caffè meno corposo e denso del classico espresso, più delicato e amabile, il colore rossastro vivo. Ci invitarono ad assaggiarlo senza lo zucchero. Nonostante tutto era dolciastro, non amaro. Dopo qualche sorso, passato lo shock, risultava incredibilmente piacevole. Probabilmente fu’ proprio questo il momento in cui percepii che di caffè non ne sapevo poi così tanto. Nacque lì la curiosità e l’interesse verso quella bevanda. Il caffè servito era il “cafè da Raimunda”, era il nome del blend creato da Raimunda, la responsabile delle pulizie (Raimunda era la prima ad arrivare al Lab ogni mattina, era lei a preparare il caffè al resto del Team. Ogni giorno si divertiva a creare una nuova miscela. Le sue creazioni erano così sorprendenti che il suo caffè entrò a far parte delle proposte del Lab a scaffale, non è incredibile?).


Quello fu il mio primo caffè filtro, il mio primo caffè Specialty. Era solo l’inizio di un lungo percorso, e l’impatto fu incredibile.


Il cambiamento


Dopo quel primo corso ne seguirono altri nell’arco di un anno e mezzo, sempre al Coffee Lab, il tutto mentre continuavo la vita dietro la scrivania.

In quel periodo studiai molto la materia, con uno sguardo verso l’Italia. Quello che mi entusiasmava era la grande diversità della bevanda rispetto a quella che conoscevo. Poi l’idea che il caffè non fosse amaro non mi faceva dormire la notte. Imparai tanto, capii che il lavoro nel barista non è semplice come sembra, che il caffè è vivo e si trasforma in ogni fase della sua vita. Al Coffee Lab credevano nel rapporto diretto con il produttore e che con lo Specialty riuscivano a guadagnare il giusto, capii infine che con la sola tostatura un caffè poteva risultare più dolce ed acidulo se trattato con cura. Se a me tutto questo era entusiasmante, perché non poteva esserlo anche per altri?


Nella mia testa iniziò dunque a correre un’idea, forse azzardata, di portare quel concetto di caffetteria e caffè proprio a Roma. Giorno dopo giorno il caffè mi prendeva sempre di più, mentre il lavoro dietro al computer mi schiacciava e non mi lasciava respiro.

Fu difficile ma prendemmo una decisione che avrebbe stravolto le nostre vite. Lasciare il Brasile ed il lavoro e costruirsi una nuova vita in Italia. Credo che sia stato uno dei periodi più impattanti della mia vita.

Lasciammo i nostri amici, parenti, un lavoro consolidato, una casa. Affrontammo un trasferimento internazionale lanciandoci verso l’ignoto.

Era il 2014, quando definitivamente lasciai l’informatica per dedicarmi al Caffè.


Gli studi, le esperienze per arrivare a Picapau


Rientrato in Italia, dopo appena due settimane, lavoravo in una caffetteria di Fiumicino. Avevo bisogno di fare pratica e prendere confidenza con il Bar. Quella fu solamente la prima di tante, nel tempo furono diverse le esperienze, i progetti iniziati e non finiti.


Ho iniziato a lavorare in eventi e fiere, con mia moglie tentammo senza successo di aprire la nostra caffetteria, ho gestito insieme ad un amico per mesi una caffetteria/biblioteca (durò poco per problemi con i titolari del locale), continuai a studiare e frequentare corsi. Ho lavorato per anni in una torrefazione romana dove imparai tantissimo l'arte della tostatura e della degustazione ed anche partecipato a gare nazionali.


Il tempo scorreva e fu un alternare di alti e bassi. La ruota continuava a girare senza trovare la strada giusta. Sembrava che l'origine della passione, quel caffè così speciale, si allontanasse sempre di più. Continuavo a non essere soddisfatto, si poteva fare di più. Pensavo che fosse possibile offrire un caffè migliore, che tutti avessero il diritto di berlo. Pensavo a tutti i sacrifici e cambiamenti, ai momenti difficili (che non sono stati pochi), alle piccole vittorie. Diverse volte ho pensato di tornare dietro a quella scrivania, sarebbe stato sicuramente più facile...


Ma, alla fine dei conti, non ho mai rinunciato a quel sogno, a quel fuoco acceso anni prima. Pensavo che forse era giunto il momento di un nuovo passo, forse era pronto.

Decisi così di intraprendere la vita da imprenditore.

Decisi di lavorare con ciò che mi appassionava e che per me aveva valore.

Decisi di creare Picapau.



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